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Depp Heaven interview Tim Burtont
aprile: 2014
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Johnny Depp On Tim Burton 1994

Dal libro  Burton On Burton 
scritto da Tim Burton, prefazione di Johnny Depp, pubblicato da Mark Salisbury, 1994.

Traduzione prefazione:

Nell’inverno del 1989 lavoravo in una serie televisiva a Vancouver,in Canada. La situazione non era delle migliori:ero costretto per contratto a fare della roba sempre uguale e che per me rasentava l’ideologia fascista (poliziotti nelle scuole,non dico altro!).Le mie prospettive future sembravano oscillare tra Chips e Jenny and Chachi,uno spin-off di Happy Days. Di fronte a me avevo un numero limitato di opzioni:1) arrivare fino in fondo,al meglio che potevo,riportando solo lievi contusioni 2) farmi licenziare il prima possibile,riportando contusioni poco più gravi 3) andarmene e beccarmi una denuncia per la rottura del contratto che mi sarebbe costata non solo tutti i soldi che avevo, ma anche i futuri soldi dei miei figli e dei figli dei miei figli (cosa che mi avrebbe prodotto una discreta irritazione epiteliale con varie complicazioni,fino al fuoco di Sant’Antonio,per il resto dei miei giorni e per le prossime generazioni dei Depp). Un vero dilemma.Grazie al saggio consiglio di un avvocato,ho scartato subito l’opzione 3. Ci ho provato con la 2,ma non hanno abboccato.Alla fine ho deciso per la 1:sarei andato avanti alla meno peggio. Quelle piccole abrasioni rischiarono in breve di complicarsi e sfociare in una situazione potenzialmente autodistruttiva. Non ero contento di me nè tantomeno di quel periodo di volontaria e incontrollata prigione che il mio ex agente mi aveva contrabbandato come cura contro la disoccupazione. Stavo là,ingabbiato nel tempo che passa tra due spot pubblicitari,a balbettare in maniera incoerente le parole di una sceneggiatura che non osavo neppure leggere (per evitare di scoprire quali porcherie ci fossero dentro). Stordito,perso,fatto trangugiare dagli spettatori d’America come giovane repubblicano. Nuovo divo televisivo,un rubacuori,idolo dei giovani,bullo.Ingessato,piazzato in un poster,messo in posa col marchio di fabbrica,pitturato e plastificato! Pinzato a una scatola di cereali che viaggiava a tutta velocità verso un thermos a un decrepito cestino da pranzo. Il ragazzo novità,il ragazzo seriale.Spennato e fottuto dentro un incubo da cui era impossibile uscire. Finchè un giorno la mia nuova agente mi mandò una sceneggiatura;un dono di Dio. Era la storia di un ragazzo con forbici al posto delle mani,un candido emarginato che viveva in un quartiere residenziale di periferia. Dopo averla letta mi misi a piangere come un bambino.Scioccato dall’idea che ci fosse qualcuno tanto in gamba da immaginare e scrivere una storia del genere,tornai a leggerla di nuovo.L’effetto fu tale che schiere di immagini cominciarono ad affollarmi la testa.Anch’io avevo avuto dei cani,da bambino,anch’io mi ero sentito strano e ottuso,mentre diventavo grande.E poi quell’amore senza condizioni che solo gli esseri più evoluti,ovvero i cani e i bambini,sanno provare. Rimasi colpito da quella storia che divenne per me un’ossessione. Mi misi a leggere tutti i libri per bambini che trovavo,favole,libri di psicologia infantile,l’Anatomia del Gray,insomma di tutto e poi..la realtà bussò di nuovo alla porta.Ero solo un divetto televisivo. Nessun regista sano di mente mi avrebbe preso per quel ruolo. Nulla di quel che avevo fatto lasciava pensare che sarei stato in grado di interpretarlo. Come avrei potuto convincere quel regista che mi sembrava di conoscere Edward come le mie tasche?Che Edward ero io? Al momento mi sembrò impossibile. Poi venne fissato un appuntamento nel quale avrei conosciuto il regista,Tim Burton. Mi preparai all’incontro guardando i suoi film Beetlejuice,Batman,Pee Wee’s Big Adventure. Il talento stregonesco di quell’uomo mi convinse ogni volta di più che non mi avrebbe mai preso,tanto che quasi mi vergognavo a pensare di essere Edward.Dopo svariati posso/non posso,la mia agente (grazie Tracey) mi costrinse ad andare all’incontro. Presi un volo per Los Angeles e andai dritto al Bel Age Hotel in cui avrei incontrato Tim e la sua produttrice,Denise Di Novi. Arrivai fumando come un matto,guardandomi attorno nervosamente per capire quale dei presenti fosse quel genio che non avevo mai visto in faccia e BANG lo vidi seduto in un separè,dietro una fila di piante, con una tazza di caffè in mano.Lo salutai,mi sedetti e cominciammo a parlare,più o meno….ma questo ve lo racconto più tardi. Un uomo pallido,dagli occhi tristi e dall’aria fragile,con una capigliatura che non era solo il risultato di una lotta col cuscino,la notte prima.

Un pettine con le gambe potrebbe battere Jesse Owens sui cento metri,alla sola vista dei suoi capelli. Una ciocca verso est,quattro punte in direzione opposta,un ricciolo e il resto di quella cosa ingovernabile che vanno a nord e a sud e da tutte le parti.Ricordo che la prima cosa che ho pensato è stata ”ma perchè non dorme un pò di più?”,anche se naturalmente non gliel’ho detto. Poi lui mi ha colpito in mezzo alla fronte con la forza di un martello da due tonnellate. Le sue mani,il modo di muoverle freneticamente nell’aria o di batterle ritmicamente sul tavolo,la parlata contorta (la stessa che ho io),i grandi occhi che brillano curiosi,occhi che hanno visto molte cose ma non hanno perso la curiosità.Quel pazzo ipersensibile era Edward mani di forbice. Dopo tre o quattro tazze di caffè,dopo una selva di frasi lasciate a metà sia da lui che da me,ma attraverso le quali ci capivamo,ci lasciammo con una stretta di mano e con un ”felice di averti conosciuto”.Uscii dal locale in preda a un overdose di caffeina masticando furiosamente un cucchiaino come un cane idrofobo.La situazione a questo punto era perfino peggiorata,visto che in quel colloquio sentivo che noi due ci eravamo capiti. Eravamo d’accordo sulla bellezza perversa del bricco di latte a forma di mucca,sull’attrazione estetica per l’uva di plastica e sulle raffinatezze e l’impatto visivo delle immagini di Elvis disegnate sul velluto. E in più.oltre all’euforia iniziale dell’incontro,avevamo provato il reciproco rispetto che si prova per una persona che senti non essere estranea. Ero sicuro che avremmo potuto lavorare insieme e che sarei riuscito a incarnare la sua idea artistica di Edward,se me ne avesse dato la possibilità. Possibilità,che allora perarltro,mi sembravano scarse o nulle. C’erano persone ben più famose di me che non solo erano già state prese in considerazione per quel ruolo,ma stavano lottando con le unghie e con i denti,piangendo,implorando e scalciando,per ottenerlo. Solo un regista,in passato,aveva deciso di correre il rischio con me ed era John Waters,grande regista fuorilegge,un uomo per cui io e Tim provavamo profonda ammirazione.John s’era preso il rischio di ”sporcare” la mia immagine consolidata con ‘Cry Baby. Ma Tim aveva davvero viso qualcosa in me da convincerlo a fare una cosa del genere?Io speravo di si. Rimasi in attesa per settimane senza nessuna notizia. Nel frattempo continuavo a lavorare per conto mio su quel ruolo.Non era solo qualcosa che mi ero messo in testa di fare,era qualcosa che dovevo fare. E non per qualche tipo di ambizione d’attore o di avidità di denaro,ma perchè quella storia mi s’era impiantata nel cervello e non ne voleva sapere di andarsene. Cos’altro potevo fare? Arrivato al punto in cui mi ero convinto che sarei stato per tutta la vita un divetto televisivo,squillò il telefono. ”Pronto?” dissi io.”Johnny…sei Edward mani di forbice.” mi disse una voce all’altro capo. ”Cosa?” mi uscii dalla bocca senza volere. ”Sei Edward mani di forbice”.

Una volta messo giù il telefono continuai a ripetermi quelle parole. E poi le feci con tutte le persone con cui mi capitava di parlare. Non potevo crederci. Era disposto a rischiare su di me per quel ruolo. Andando contro la casa di produzione,che certamente avrebbe preferito una star affermata,capace di richiamare pubblico e soldi,aveva scelto me. Venni colto da un’improvvisa crisi religiosa,convinto che tutto questo potesse essere solo il frutto di un intervento divino.Quel ruolo non era soltanto una svolta nella mia carriera.Era un pezzo di libertà. Libertà di creare,sperimentare,imparare ad esorcizzare quel che avevo dentro. Ero stato salvato da morte certa,dal mondo televisivo della produzione di massa,grazie a un giovane brillante ed eccentrico che aveva passato l’adolescenza a fare strani disegni,a sbattere la testa contro il muro a Burbank,a sentirsi pure lui strano ed emarginato (ma questo l’avrei scoperto più tardi). Mi sentivo come Nelson Mandela:restituito alla vita dopo aver conosciuto Hollyweird,dopo aver vissuto la sensazione di non avere mai il controllo di niente di quel che volevo fare. Buona parte del successo che m’è capitato di avere più tardi lo devo a quell’unico,eccitato appuntamento con Tim. Non fosse stato per lui,sarei andato incontro rassegnato all’opzione 3 e avrei abbandonato baracca e burattini prima di perdere quel minimo di dignità che mi era rimasta. E proprio perchè Tim aveva creduto in me,anche Hollywood mi aprì le porte,secondo il tipico meccanismo che va sotto il nome di ”segui il vincente”. In seguito ho lavorato ancora con Tim su Ed Wood.Eravamo al Formosa Cafè di Hollywood quando mi accennò l’idea. In capo a dieci minuti gli avevo detto di si. Qualunque cosa lui voglia girare io lo faccio. Ci sto. Perchè mi fido automaticamente di lui,delle sue idee,dei suoi gusti,del suo umorismo,del suo cuore e del suo cervello. Per me lui è davvero un genio e non è una parola questa,che mi capiti di usare per molte persone. Impossibile definire quello che fa. Non è magia,perchè vorrebbe dire che da qualche parte c’è un trucco. Non è abilità,perchè quella è una cosa che si può imparare.Credo che abbia un dono speciale che si vede poco in giro. è riduttivo definirlo regista.Il nome più impegnativo di ”genio” gli si adatta meglio e questo non soltanto per i film,ma anche per per i disegni,le fotografia,i pensieri,le intuizioni,le idee…Quando mi hanno chiesto di scrivere l’introduzione a questo libro,ho pensato di partire dall’inizio,da come mi sentivo nel momento in cui venne a salvarmi:un perdente,un emarginato,uno dei tanti corpi intercambiabili nel tritacarne hollywoodiano. è molto difficile scrivere una persona a cui tieni,che rispetti e per cui provi una profonda amicizia. è altrettanto difficile provare a spiegare i rapporti tra un regista e un attore. Quello che so è che mi basta che Tim pronunci qualche parola incoerente,giri la testa,strizzi gli occhi o mi guardi in un certo modo,e io so immediatamente ciò che vuole in quella scena. E ho sempre cercato di fare del mio meglio per accontentarlo. Per questo l’unico modo per dire quello che provo per Tim è di scriverlo,perchè se provassi a dirglielo in faccia credo che si metterebbe a urlare come un matto e mi darebbe un pugno in un occhio.

E’  un artista,un genio,uno spostato,un amico onesto,pazzo,eccezionale,istericamente divertente,leale e anticonformista.Ho un grande debito con lui e lo rispetto più di quanto possa riuscire a dire sulla carta.Lui e lui è basta. E tra le tante cose è anche il miglior imitatore di Sammy Davis jr che esista sulla faccia della terra. Non ho mai visto una persona così palesemente fuori posto trovarsi così perfettamente al posto giusto.A modo suo.

Johnny Depp

New York, Settembre 1994

 

 

From The Book Burton On Burton

by Tim Burton (Author), Johnny Depp (Foreword), Mark Salisbury (Editor)

the winter of 1989, I was in Vancouver, British Columbia, doing a television series. It was a very difficult situation: bound by a contract doing assembly line stuff that was, to me, borderline Fascist, (cops in school… Christ!). My fate, it seemed, lay somewhere between Chips and Joanie Loves Chachi. There were only a limited number of choices for me: (1) get through it as best I could with minimal abrasion; (2) get fired as fast as I could with slightly more abrasion; (3) quit and be sued for not only any money I had, but also the money of my children and my children’s children (which, I imagine, would have caused severe chafing and possible shingles for the rest of my natural days and on through the next few generations of Depps to come). Like I said, this was truly a dilemma. Choice (3) was out of the question, thanks to extremely sound advice from my attorney. As for (2), well, I tried, and they just wouldn’t bite. Finally, I settled on (1): I would get by as best I could.
The minimal abrasions soon became self-destruction. I was not feeling good about myself or this self-induced/out-of-control jail term that an ex-agent had prescribed as good medicine for unemployment. I was stuck, filling up space between commercials. Babbling incoherently some writer’s words that I couldn’t bring myself to read (thus having no knowledge of what poison the scripts might have contained). Dumb-founded, lost, shoved down the gullets of America as a young Republican. TV boy, heart-throb, teen idol, teen hunk. Plastered, postered, postured, patented, painted, plastic!!! Stapled to a box of cereal with wheels, doing 200 mph on a one-way course bound for Thermos and lunch-box antiquity. Novelty boy, franchise boy. Fucked and plucked with no escape from this nightmare.
And then, one day, I was sent a script by my new agent, a godsend. It was the story of a boy with scissors for hands – an innocent outcast in suburbia. I read the script instantly and wept like a newborn. Shocked that some one was brilliant enough to conceive and then actually write this story, I read it again right away. I was so affected and moved by it that strong waves of images flooded my brain – dogs I’d had as a kid, feeling freakish and obtuse when I was growing up, the unconditional love that only infants and dogs are evolved enough to have. I felt so attached to this story that I was completely obsessed. I read every children’s story, fairy tale, child psychology book, Gray’s Anatomy, anything, everything… and then reality set in. I was TV boy. No director in his right mind would hire me to play this character. I had done nothing work-wise to show that I could handle this kind of role. How could I convince this director that I was Edward, that I knew him inside and out? In my eyes, it was impossible.
A meeting was set up. I was to see the director, Tim Burton. I prepared by watching his other films – Beetlejuice, Batman, Pee-Wee’s Big Adventure. Blown away by the obvious gifted wizardry this guy possessed, I was even more sure that he would never see me in the role. I was embarrassed to consider myself as Edward. After several knock-down-drag-’em-outs with my agent (thank you, Tracey) , she forced me to have the meeting.
I flew to Los Angeles and went straight to the coffee-shop of the Bel Age Hotel, where I was to meet Tim and his producer, Denise Di Novi. I walked in, chain-smoking, nervously looking for the potential genius in the room (I had never seen what he looked like) and BANG! I saw him sitting at a booth behind a row of potted plants, drinking a cup of coffee. We said hello, I sat down and we talked… sort of – I’ll explain later.
A pale, frail-looking, sad-eyed man with hair that expressed much more than last night’s pillow struggle. A comb with legs would have outrun Jesse Owens given one look at this guy’s locks. A clump to the east, four sprigs to the west, a swirl, and the rest of this unruliness to all points north and south. I remember the first thing I thought was, ‘Get some sleep’, but I couldn’t say that, of course. And then it hit me like a two-ton sledgehammer square in the middle of my forehead. The hands – the way he waves them around in the air almost uncontrollably, nervously tapping on the table, stilted speech (a trait we both share), eyes wide and glaring out of nowhere, curious, eyes that have seen much but still devour all. This hypersensitive madman is Edward Scissorhands.
After sharing approximately three to four pots of coffee together, stumbling our way through each other’s unfinished sentences but somehow still understanding one another, we ended the meeting with a handshake and a ‘nice to meet you’. I left that coffee-shop jacked up on caffeine, chewing insanely on my coffee-spoon like a wild, rabid dog. I now officially felt even worse about things because of the honest connection I felt we had during the meeting. Mutually understanding the perverse beauty of a milkcow creamer, the bright-eyed fascination with resin grapes, the complexities and raw power that one can find in a velvet Elvis painting – seeing way beyond the novelty, the profound respect for ‘those who are not others’. I was sure that we could work well together and I was positive, if given the chance, I could carry out his artistic vision for Edward Scissorhands. My chances were, at best, slim – if that. Better-known people than me were not only being considered for the role but were battling, fighting, kicking, screaming, begging for it. Only one director had really stuck his neck out for me and that was John Waters, a great outlaw film-maker, a man both Tim and I had huge respect and admiration for. John had taken a chance on me to spoof my ‘given’ image in Cry-Baby. But would Tim see something in me that would make him take the risk? I hoped so.
I waited for weeks, not hearing a thing in my favour. All the while, I was still researching the part. It was now not something I merely wanted to do, but something I had to do. Not for any ambitious, greedy, actory, box-office-draw reason, but because this story had now taken residence in the middle of my heart and refused to be evicted. What could I do? At the point when I was just about to resign myself to the fact that I would always be TV boy, the phone rang.
‘Hello?’ I picked up.
‘Johnny… you are Edward Scissorhands,’ a voice said simply.
‘What?’ flew out of my mouth.
‘You are Edward Scissorhands.’
I put the phone down and mumbled those words to myself. And then mumbled them to anyone else I came in contact with. I couldn’t fucking believe it. He was willing to risk everything on me in the role. Head-butting the studio’s wishes, hopes and dreams for a big star with established box-office draw, he chose me. I became instantly religious, positive that divine intervention had taken place. This role for me was not a career move. This role was freedom. Freedom to create, experiment, learn and exorcize something in me. Rescued from the world of mass-product, bang-’em out TV death by this odd, brilliant young guy who had spent his youth drawing strange pictures, stomping around the soup-bowl of Burbank, feeling quite freakish himself (I would learn later). I felt like Nelson Mandela. Resuscitated from my jaded views of ‘Hollyweird’ and what it’s like to not have any control of what you really want for yourself.
In essence, I owe the majority of whatever success I’ve been lucky enough to have to that one weird, wired meeting with Tim. Because if it weren’t for him, I think I would have gone ahead and opted for choice (3) and quit that fucking show while I still had some semblance of integrity left.
And I also believe that because of Tim’s belief in me, Hollywood opened its doors, playing a strange follow-the-leader game.
I have since worked with Tim again on Ed Wood. This was an idea he talked to me about, sitting at the bar of the Formosa Cafe in Hollywood. Within ten minutes, I was committed to doing it. To me, it almost doesn’t matter what Tim wants to film – I’ll do it, I’m there. Because I trust him implicitly – his vision, his taste, his sense of humor, his heart and his brain. He is, to me, a true genius, and I wouldn’t use that word with too many people, believe me. You can’t label what he does. It’s not magic, because that would imply some sort of trickery. It’s not just skill, because that seems like it’s learned. What he has is a very special gift that we don’t see every day. It’s not enough to call him a film-maker. The rare title of ‘genius’ is a better fit – in not just films, but drawings, photographs, thought, insight and ideas.
When I was asked to write the foreword to this book, I chose to tell it from the perspective of what I honestly felt at the time he rescued me: a loser, an outcast, just another piece of expendable Hollywood meat.
It’s very hard to write about someone you care for and respect on such a high level of friendship. It’s equally difficult to explain the working relationship between actor and director. I can only say that, for me, Tim need do nothing more than say a few disconnected words, tilt his head, squint his eyes or look at me a certain way, and I know exactly what he wants from the scene. And I have always done my best to deliver that to him. So, for me to say what I feel about Tim, it would have to be on paper, because if I said it to his face, he would probably cackle like a banshee and then punch me in the eye.
He is an artist, a genius, and oddball, an insane, brilliant, brave, hysterically funny, loyal, nonconformist, honest friend. I owe him a tremendous debt and respect him more than I could ever express on paper. He is him and that is all. And he is, without a doubt, the finest Sammy Davis Jr. impersonator on the planet.
I have never seen someone so obviously out of place fit right in. His way.
Johnny Depp

New York City

September 1994

 

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